Chi sono
Giancarlo Amato · Motta Sant'Anastasia
Mi chiamo Giovanni Carlo Amato. Per tutti sono Giancarlo.
Sono nato nel 1972 e vivo a Motta Sant'Anastasia. Ho la testa piena di idee e la voglia di farne qualcosa. Sono perito informatico e laureato in Scienze Politiche: due strade diverse — la tecnica e la comprensione di come funziona la cosa pubblica — che nel tempo ho scoperto essere lo stesso interesse. Spazio civico nasce dall'esperienza e dall'impegno politico attivo.
Da dove vengo
Ho cominciato a lavorare da bambino. A undici anni, d'estate, stavo alla bancarella di mio nonno alla Fiera di Catania, dove con lui e i miei zii vendevo camicie. Lì ho imparato le due cose che mi porto dietro ancora oggi: come funziona il lavoro e come si ascoltano le persone.
Poi è arrivata l'attività di famiglia. L'abbiamo difesa restando nel centro storico di Catania invece di rifugiarci nei centri commerciali. Ci abbiamo messo fatica, e l'abbiamo fatto per convinzione: un centro storico vivo è un pezzo di città che resta viva.
Volevo capire come funzionava il mondo fuori, e sono andato a vederlo. Ho fatto esperienza in Brasile. Ho girato l'Italia parlando con i grossisti, da Milano a Torino, da Bologna in giù, e più di una volta mi sono sentito dire che era strano che un siciliano si proponesse come produttore. Quella frase, detta con leggerezza, dice tutto su come veniamo guardati.
Poi, quando ho cominciato a vedere che i cinesi venivano da noi, sono andato da loro in Cina: sessanta viaggi in dodici anni, da Guangzhou a Qingdao, da Shanghai a Dalian fino a Pechino. Ho visto un Paese trasformarsi sotto i miei occhi, e non sempre in meglio — una modernità che ha fatto a pezzi case, vie e piazze tipiche per far posto ai grattacieli.
Il momento in cui ho capito
Una cosa, in Cina, mi ha colpito più di ogni grattacielo. A trentacinque anni, lì dentro, io ero il vecchio. Trattavo con ragazzi di venti, venticinque anni che decidevano, firmavano, portavano avanti aziende intere.
Poi tornavo in Sicilia e trovavo il contrario: stanze piene di persone convinte che il meglio fosse già passato, e una generazione — la mia — a cui non si chiedeva nulla se non di andarsene.
Da lì la domanda che non mi ha più lasciato: perché noi dobbiamo essere sempre gli ultimi italiani, come gli ultimi europei? Perché i nostri ragazzi devono partire, quando potremmo dare loro delle ragioni per restare?
Non è una questione di età, è una questione di spazio
Ho imparato che il problema non è anagrafico. C'è il ragazzo di vent'anni che non trova chi ascolta e valorizza le proprie idee, ma c'è anche quello di cinquanta che ne ha ancora tante e non trova spazio reale. In Sicilia chi ha un'idea viene liquidato come inesperto se è giovane, e come fuori tempo se non lo è più. Il risultato è lo stesso: le idee se ne vanno altrove.
Io oggi ho l'età di mezzo. Non sono più giovane e non mi sento vecchio, e forse è la posizione giusta per fare da ponte tra chi ha l'energia e chi ha l'esperienza.
Perché le idee si fermano
Ci ho pensato molto, e credo che il nodo vero sia il modo in cui funziona la macchina pubblica.
Non do la colpa a chi ci lavora dentro. Il dipendente pubblico oggi non ha procedure chiare e standardizzate, e allora si difende: per non prendersi una responsabilità che nessuno gli ha spiegato come gestire, manda la pratica a un altro ufficio, che la manda a un terzo, che la rimanda indietro. Nessuno sbaglia, e nessuno è responsabile.
Chi ha un'idea e prova a portarla avanti si vede rimbalzare da uno sportello all'altro, prende dieci appuntamenti e non conclude nulla. È esattamente il punto in cui uno comincia a pensare di andarsene.
E c'è una cosa che va detta: questo groviglio, in parte, fa comodo. Più il sistema è complicato, più serve qualcuno che te lo sbrogli — e così un diritto diventa il favore di qualcuno.
La proposta da cui partirei
Serve che la Regione si doti di un sistema informatico centralizzato, con procedure precise e istruzioni semplici per chi sta agli uffici. Chi segue la procedura è coperto, perché è il sistema a confermargli che la pratica rientra nei criteri. Il dipendente lavora sereno, la pratica cammina, e il cittadino ottiene in tempi certi quello che gli spetta.
Insieme a questo serve investire sull'informatizzazione vera e sulla formazione di chi lavora nella pubblica amministrazione. Non è una questione tecnica: è la differenza tra una terra dove le idee si realizzano e una dove si arrendono.
L'autonomia
La Sicilia ha un'autonomia che altre regioni non hanno. Poteva servire a scrivere leggi più vicine ai bisogni dei siciliani e a dare più servizi. In decenni, troppo spesso, è stata usata per alimentare un sistema di favori invece che di diritti.
Il verbo che conta: scegliere
È la parola a cui tengo di più. Scegliere significa decidere cos'è giusto per la propria terra: strade riparate invece che abbandonate per decenni, acqua pubblica, rifiuti differenziati davvero e non sepolti nelle nostre discariche, un mare pulito, fognature a norma. Sono diritti, non concessioni.
L'astensione è la vera resa. Quando il siciliano deluso smette di votare, non punisce nessuno: consegna più potere a chi i voti se li organizza. Ed è per questo che il sistema non cambia mai.
Perciò lo dico chiaramente: se qualcuno vi chiede un voto in cambio di un favore, non dateglielo. Mai. Quel voto vale molto più di quello che vi stanno offrendo.
In cosa credo
Credo che la Sicilia non abbia bisogno di essere compatita, ma di essere messa nelle condizioni di produrre. Che le opere si facciano per cambiare davvero un territorio, non per il minimo indispensabile. Che un ambiente pulito e servizi che funzionano siano il punto di partenza, non un lusso.
E credo che la nostra forza sia quella che ho ritrovato girando il mondo: la cultura del legame, della famiglia, del rapporto umano. Altrove si è raffreddata. Qui no.
Mi sono avvicinato al Movimento 5 Stelle perché ho riconosciuto in esso uno spazio capace di parlare di diritti negati, soprattutto a chi non ha santi in paradiso.
Perché questo spazio
Questo sito nasce per ascoltare. Non è un luogo dove parlo io: è un luogo dove puoi scrivermi, raccontarmi cosa non funziona dove vivi, propormi un'idea.
Vale se sei di Motta, se sei dei paesi etnei, del Calatino, di Catania città o di qualunque altro angolo della Sicilia. I problemi si somigliano più di quanto pensiamo, e le soluzioni vengono meglio se le costruiamo insieme.
Scrivimi. Leggo tutto.
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Trasparenza
Qui non c'è intrattenimento. C'è la vita vera del territorio — quella che sui social scorre via in un secondo tra un video e un meme: la strada al buio, l'acqua che manca, la piazza rifatta male, un'idea per la scuola. I post servono a informare, raccontare e rappresentare le storie di tutti noi, per discuterne e farci un'opinione.
Come funziona: scrivi a Giancarlo e si apre una chat, tra te e lui, dove raccontare un problema o un'idea e discuterne insieme. Se vale la pena, diventa un post per tutti. Chi porta un tema diventa 🙋 «Voce attiva»; con tre «Voce del territorio», con cinque «Portavoce». Non è un premio: è il segno che qui le cose le porti tu.
Nessun finanziamento: nessuno ci dice cosa scrivere. Ogni commento è letto prima della pubblicazione: problemi e decisioni, non persone. Lo tiene in ordine Giancarlo Amato, Motta Sant'Anastasia. Racconta anche tu.